#meetFS: Inclusivo 1-0 Esclusivo

A margine del vespaio #meetfs e di tutti i commenti letti in giro, mi sembrano chiare due cose:

  1. prima ci si apre e poi si va sui social network
  2. il processo inverso provoca danni.

Vale la pena ricordare il caso virtuoso delle ferrovie svizzere e di Alp Transit, ottimo esempio di come si comunica un progetto complesso e controverso.

Allora se posso permettermi di dare un suggerimento costruttivo, la visita guidata alla cabina di comando della Stazione Centrale di Milano è una ottima idea ma andrebbe aperta a tutto il pubblico tutti i giorni in tutte le stazioni principali, non riservata a un esclusivo manipolo di gente con l’influenza.

L’utente inattivo non è un fake ma vale quanto un fake

L’articolo sulla compravendita di finti account di Twitter è stato ripreso dalla stampa di tutto il mondo, e questo è un bene perché aumenta la consapevolezza dell’universo. Il nodo della questione credo l’abbia centrato Peter Stonecutter in questo commento al post di ninjamarketing:

Condivido la perplessità sul fatto che non si sia distinto tra BOT e utenti inattivi: alla fine però per un’azienda cambia relativamente poco, si tratta sempre di profili “inutili” che fanno solo numero 🙂

Ma lo studio di Marco Camisani Calzolari non è il primo ad attirare l’attenzione sulle finzioni di Twitter, e Roberto Dadda segnala una ricca bibliografia in merito.

Esistono altri strumenti, non perfetti ma molto più semplici, per capire se un account manipola i propri followers. Ad esempio, basta seguirne la storia per ricavare forti indizi:

 

Anche la storia del following può essere indicativa:

La morale della storia alla fine a me sembra essere questa: internet è delle persone, oppure non è.

MotoGP, le app e i furbetti

E’ un caso da manuale: sul web l’opacità ti si ritorce contro. La nuovissima app della DORNA per seguire i motogp sullo smartphone ti dice tutto tranne il prezzo: quello lo scopri solo dopo che hai installato, e sono ben € 20.00. Così i commenti sono pieni di utenti che avvisano del prezzo esagerato e gridano alla fregatura.

Se lo avessero specificato bene prima invece di tentare la furbata, avrebbero ricevuto solo i commenti di quelli disposti a pagare. Tra parentesi, il testo di molti dei commenti da 5 stelle dice solo “OK”, l’odore di posticcio è molto forte.

Segnalazioni via blog e denunce via avvocato: sport365.it

Siamo nel 2012 e c’è chi ancora non capisce certi collaudati meccanismi della rete: ad esempio oggi sport365 riguardo a questo post di quattro anni fa che racconta un acquisto poco felice. Allora lo hanno ignorato, oggi se lo ritrovano in cima alle ricerche su Google.

Sport365, che immagine dai del sereno rapporto della tua azienda con i suoi clienti se rispondi a una critica via blog con una raccomandata del tuo avvocato? Forse che non hai ragioni valide da opporre? Stai cercando di zittire invece che di risolvere?

Queste sono brutte figure pubbliche che Google non dimentica. Come sarebbe stato meglio entrare nella conversazione quattro anni fa, invece di reagire scompostamente adesso.

Alessandra, Gianluca, dove siete??

Si marchia la saponetta, si firma l’opera d’arte

Le parole sono importanti, diceva quello. Per esempio: brand in generale, ma personal brand in particolare, è una frase che genera in me un forte fastidio.

La storia del marchio è nota. Nasce assieme alla produzione di massa e alla grande distribuzione, e serve a diversificare prodotti di massa che da fuori sembrano, e spesso dentro sono, tutti uguali. Il marchio attiene al commercio.

Non vedo cosa possa avere a che fare con la persona umana. Perché ovviamente non siamo tutti uguali, ma soprattutto perché la sfera commerciale non esaurisce tutto quello che siamo.

Mi obbietterai “Ma tutto è branding!”. Ti risponderò “Allora niente lo è, e la parola non serve a spiegare”. Mi dirai “Ma è un modo di dire altre cose, la reputazione, l’immagine, il sapersi valorizzare”. Ti obbietterò “Allora usa altre parole!”.

Per esempio, la firma.

La firma è l’artigiano, è il pezzo unico, è l’arte, è la nicchia, è l’individuo che si espone.

Il marchio è il passato, la firma è il futuro.