Per David Weinberger, nell’oscuramento del 18 gennaio 2012 contro SOPA: ci sono quattro messaggi. Da leggere.
STOP SOPA
Si marchia la saponetta, si firma l’opera d’arte
Le parole sono importanti, diceva quello. Per esempio: brand in generale, ma personal brand in particolare, è una frase che genera in me un forte fastidio.
La storia del marchio è nota. Nasce assieme alla produzione di massa e alla grande distribuzione, e serve a diversificare prodotti di massa che da fuori sembrano, e spesso dentro sono, tutti uguali. Il marchio attiene al commercio.
Non vedo cosa possa avere a che fare con la persona umana. Perché ovviamente non siamo tutti uguali, ma soprattutto perché la sfera commerciale non esaurisce tutto quello che siamo.
Mi obbietterai “Ma tutto è branding!”. Ti risponderò “Allora niente lo è, e la parola non serve a spiegare”. Mi dirai “Ma è un modo di dire altre cose, la reputazione, l’immagine, il sapersi valorizzare”. Ti obbietterò “Allora usa altre parole!”.
Per esempio, la firma.
La firma è l’artigiano, è il pezzo unico, è l’arte, è la nicchia, è l’individuo che si espone.
Il marchio è il passato, la firma è il futuro.
Appliances vs general purpose computers
L’intervento di Cory Doctorow sulla guerra al general computing è da vedere, da ripensare e da diffondere. Grazie a Francesco che l’ha segnalato.
Slideshare è pericoloso, Facebook non è pericoloso
1)
Sala riunioni in filiale milanese di multinazionale beni largo consumo: faccio vedere Slideshare e spiego a cosa serve, ma ottengo reazioni piuttosto negative, tipo “questa roba è meglio evitarla”. Allora invito a cercare su Slideshare il nome dell’azienda e saltano fuori decine di presentazioni caricate da altre filiali del gruppo e da clienti.
“Ma così la concorrenza viene a sapere le nostre cose!”. Invito a cercare su Slideshare il nome della concorrenza e saltano fuori altre decine di presentazioni caricate dalla concorrenza.
2)
Ristorante interno in filiale milanese di multinazionale farmaceutica: a pranzo l’IT Manager mi spiega che globalmente gli accessi a Facebook rappresentano un 30% del loro traffico di rete, e che non ci sono blocchi perché l’azienda è goal-oriented, e che fino a quando il personale continua a raggiungere gli obbiettivi previsti, non ci si preoccupa del come.
In questa storia c’è una profonda morale, che al momento mi sfugge.
