L’utente inattivo non è un fake ma vale quanto un fake

L’articolo sulla compravendita di finti account di Twitter è stato ripreso dalla stampa di tutto il mondo, e questo è un bene perché aumenta la consapevolezza dell’universo. Il nodo della questione credo l’abbia centrato Peter Stonecutter in questo commento al post di ninjamarketing:

Condivido la perplessità sul fatto che non si sia distinto tra BOT e utenti inattivi: alla fine però per un’azienda cambia relativamente poco, si tratta sempre di profili “inutili” che fanno solo numero 🙂

Ma lo studio di Marco Camisani Calzolari non è il primo ad attirare l’attenzione sulle finzioni di Twitter, e Roberto Dadda segnala una ricca bibliografia in merito.

Esistono altri strumenti, non perfetti ma molto più semplici, per capire se un account manipola i propri followers. Ad esempio, basta seguirne la storia per ricavare forti indizi:

 

Anche la storia del following può essere indicativa:

La morale della storia alla fine a me sembra essere questa: internet è delle persone, oppure non è.

Prossimi appuntamenti

Una nota veloce dei miei prossimi appuntamenti sociali:

  • Sabato 26 maggio: TED a Milano
  • Sabato 16 e domenica 17 giugno: ArduinoCamp e HackDay a Torino
    (ma domenica 17 giugno sono in gita a Ferrara)
  • Venerdì 22 e sabato 23 giugno: State of the Net a Trieste
    (spero di organizzare una macchinata di partecipanti da Como)

Se dimentico qualcosa, per favore avvisami. Ci si vede.

If Instagram then WordPress Ver. 1.1

La precedente soluzione mi creava un problema: l’immagine importata era da 600px e mi sballava il tema di WordPress. Correggere a mano dopo ogni pubblicazione era, se mi passi il tecnicismo, una gran rottura di scatole.

Cercando sul web ho trovato e installato il plugin Instagrate, che è molto più flessibile e mi permette di settare 500px come default per le importazioni da Instagram. Il mio tema è salvo.

Tu ti chiederai: ma c’era proprio bisogno? C’era. Io voglio che tutta la mia attività in rete, anche se iniziata altrove, confluisca e sia visibile sul mio sito (motivo per cui ho smesso di usare Google+).

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Da “I am a strange Loop” di Douglas Hofstadter:

There is no meaning to the letter “b”, and yet out of it and the other letters of the alphabet, put together in complex sequences, comes all the richness and humanity in a novel or in a story”

Questa era la nota che volevo postare dal Kindle. Stavo per dire “dal mio Kindle”, ma evidentemente non è così. Amazon, spero tu muoia presto.

Bob Frankston: perché gli oggetti non sono connessi a internet?

L’illuminante post di ieri di Bob Frankston risuona molto forte con altre idee che mi girano in testa da tempo. La mia rete domestica a 1Gbps include i vicini di pianerottolo, ma potrebbe tranquillamente includere l’intero palazzo, che a sua volta potrebbe tranquillamente connettersi al palazzo di fianco, che a sua volta… quote of note:

I should be able to ask a simple question – why are we trying to make our ability to communicate a profit center instead of a community resource? We can act locally to own the infrastructure within our buildings and among neighbors. This is all doable using current protocols (despite their limitations) and, in fact, there are buildings where connectivity is funded as a common facility. In my talk I’m going to speak about how neighbors can work together to share connectivity in a building or among buildings.