Lessig è mancino

L’ho scoperto quando mi ha autografato il libro “Free culture”, prima che cominciasse l’evento alla Mediateca Santa Teresa.

Evento al quale non ho potuto partecipare, nonostante mi fossi iscritto online. C’era anche il banchetto apposito per chi si era iscritto online, dove spuntavano giudiziosamente il tuo nome e ti dicevano serafici “non c’è più posto”.

Il concetto di “iscrizione online” (palleggiato con scioltezza dalle ragazze della GGD, per dire) dev’essere troppo complesso per gli organizzatori del Meet the Media Guru. Peccato davvero.

C’erano proiettore e altoparlanti esterni, e per fortuna non pioveva. Dopo la solita mezz’ora di fastidiosa pubblicità, ha cominciato a parlare Lessig ma purtroppo l’audio era quello del traduttore. Sono scappato.

In “Free Culture”, che è stato pubblicato nel 2004, il cattivo è the Big Media. Mi sarebbe piaciuto chiedere a Lessig, se fossi riuscito a partecipare all’evento a cui mi ero iscritto online, se dopo cinque anni era della stessa idea.

il mescolino*

Ho cambiato l’avatar di Twitter grazie alla portentosa foto di Francesca, che ringrazio profusely.

Son cose.

(* A Como dicesi “mescolino” il broncio del fantolino triste e capriccioso)

Il 18.40 per Como

Salgo sulla lurida carrozza di prima classe e mi siedo di fronte a un distinto signore che legge il Corriere. Aspettando che il treno parta, tiro fuori il PC e controllo la posta. Il distinto signore abbassa il giornale e mi chiede gentilmente:
– Mi scusi, siamo a Milano, vero?

Non credo di aver capito la domanda. Alzo gli occhi dal PC e lo guardo interdetto per un attimo, prima di rispondere:
– Eee… certo, questo è il treno per Como.
– Ma, mi scusi, che c’entra? Adesso siamo a Milano, vero? Perchè io vorrei rimanere a Milano.
Penso: forse è straniero, forse è matto. Cerco di essere chiaro:
– Lei è a Milano, certo, ma si trova sul treno che tra due minuti parte per Como, dove arriverà quasi certamente in cinquanta minuti. A meno che lei non scenda dal treno adesso. Capisce?
– Questo lo dice lei, mi scusi. L’importante è che sono a Milano.

Rimango ammutolito da tanta stupidità. Comincio a pensare che mi stia prendendo in giro: decido di ignorarlo e di tornare alla mia posta. Il treno parte, e il distinto signore non è sceso. Alla prima fermata, Milano Domodossola, abbassa di nuovo il giornale e con un sorrisetto di sfida mi dice:
– Ha visto? siamo sempre a Milano.
Mi sta prendendo in giro. Faccio finta di niente e non alzo gli occhi dal PC. Ma alla stazione seguente, Milano Bovisa, mi accorgo che mi fissa ancora. La sua aria di compatimento mi manda definitivamente in bestia. Per fortuna, prima di sbottare mi sveglio.

La differenza è il progetto

Si diceva con Palmasco, oggi pomeriggio, che la foto riuscita è quella che non ha bisogno di spiegazioni, e che la principale differenza tra un fotografo della domenica e un fotografo serio, dilettante o professionista che sia, è che il fotografo serio non scatta a caso sull’impulso del momento, ma segue sempre un progetto preciso e vi si dedica anima e corpo.

Tipo il mio amico Pradiumna che per un anno ha fotografato sempre e soltanto i riflessi dell’acqua, traendone foto splendide e commoventi che spero un giorno di farti vedere.

Ma se il fotografo della domenica riesce a volte a cogliere l’attimo e a strappare alla fortuna uno scatto decente, invece nella mia brevissima esperienza con la telecamera mi pare di aver già capito che senza un progetto chiaro non vai da nessuna parte.

Per dire: io stesso, a rivedere quel che ho filmato, mi annoio a morte.