I social network sono il paese dei balocchi

Dal blog di Pinboard, segnalo una lucida analisi dei social network che riassume molto bene molte cose che vado pensando da tempo. Quote of note:

Imagine the U.S. Census as conducted by direct marketers – that’s the social graph.

Social networks exist to sell you crap. The icky feeling you get when your friend starts to talk to you about Amway, or when you spot someone passing out business cards at a birthday party, is the entire driving force behind a site like Facebook.

Because their collection methods are kind of primitive, these sites have to coax you into doing as much of your social interaction as possible while logged in, so they can see it. It’s as if an ad agency built a nationwide chain of pubs and night clubs in the hopes that people would spend all their time there, rigging the place with microphones and cameras to keep abreast of the latest trends (and staffing it, of course, with that Mormon bartender).

We’re used to talking about how disturbing this in the context of privacy, but it’s worth pointing out how weirdly unsocial it is, too. How are you supposed to feel at home when you know a place is full of one-way mirrors?

We have a name for the kind of person who collects a detailed, permanent dossier on everyone they interact with, with the intent of using it to manipulate others for personal advantage – we call that person a sociopath. And both Google and Facebook have gone deep into stalker territory with their attempts to track our every action. Even if you have faith in their good intentions, you feel misgivings about stepping into the elaborate shrine they’ve built to document your entire online life.

Pagine Google+

Qui dunque dovrebbe confluire, secondo G+, tutto ciò che non è una persona; oppure, detto in altro modo, tutte quelle cose che otteniamo in cambio di denaro e che riguardano il mercato.

Ma pagare è anche il modo per evitare o troncare i rapporti personali con gli estranei: come dire “siamo pari, ognuno per la sua strada”.
E mio figlio non mi chiede 5 € ogni volta che porta fuori il cane, così come mia moglie non mi presenta il conto dopo cena e io non chiedo 50 € ogni volta che ripulisco dai virus il PC dei figli della vicina, e anzi mi offenderei se cercasse di mettermi in mano dei soldi.

Questa è la contraddizione di fondo, io credo, del web marketing: che anche quando i mercati aspirano a diventare conversazioni, le conversazioni hanno poca voglia di diventare mercati.

A margine del TEDxComoLake: il terreno comune

E’ stata invocata più volte ieri al TED, con forza da Chiara Somajni e più sottilmente da Luca de Biase, la necessità di tornare a un terreno comune che internet avrebbe distrutto o rischia di distruggere.

La tesi, se l’ho capita, è che

  1. tramite internet ognuno si costruisce il suo gruppetto di simili;
  2. questo gruppetto è chiuso verso l’esterno e non lascia entrare le notizie importanti;
  3. a causa di questa chiusura, il gruppetto si impoverisce di informazione invece che arricchirsi;
  4. dalla atomizzazione dello spazio pubblico consegue una perdita di identità nazionale e varie altre calamità.

L’ho sentita più volte questa storia e ogni volta me ne meraviglio: perché non è questa la mia esperienza. Al contrario,

  1. tramite internet sono parte di un gruppo di persone molto più diverse di quelle che incontro fisicamente ogni giorno;
  2. questo gruppo è composto di persone che a loro volta fanno parte di altri gruppi e che filtrano notizie da questi gruppi verso il mio gruppo;
  3. a causa di questa porosità, il mio gruppo si arricchisce di informazioni e di idee molto più che non (facile battuta) guardando il TG1;
  4. lo spazio pubblico sarà anche atomizzato, ma le informazioni importanti circolano alla velocità della luce e lo unificano ad hoc.

Ho l’impressione che l’allarme sui pericoli di internet non si basi sulla osservazione scientifica dei fatti reali ma esprima una paura, anche legittima, di chi non capisce e si sente tagliato fuori. Non mi spiego altrimenti che si parli dei rischi, pochi e molto teorici, senza menzionare le enormi e concretissime opportunità. E poi, mi si dica esattamente perché era meglio quando tutta l’Italia la sera guardava Carosello.

Non ci sono scorciatoie

Rilancio il fondamentale post di Stefano Quintarelli Il Mondo Nuovo sul tema dei diritti d’autore nell’era digitale, perché delinea con molta chiarezza i termini del problema e avanza proposte che riguardano sia i diritti che i doveri:

  • i beni digitali devono essere ottenibili e  fruibili su ogni dispositivo : per evitare abusi e creazione di monopoli se chi fornisce il contenuto è lo stesso soggetto che gestisce la rete di distribuzione o che produce l’hardware
  • ogni bene digitale si deve portare dietro la propria licenza d’uso: così si può sapere se è un Creative Commons, o una copia privata di qualcuno o un oggetto venduto da qualcuno o un oggetto nel pubblico dominio, ecc..

Mi piacerebbe anche capire come mai la violazione del diritto d’autore merita una immediata repressione d’ufficio, senza debito processo, e altre fattispecie di reato debbano invece aspettare il lento corso della giustizia italiana. Dov’è l’urgenza? Quali sono le priorità?

Mi piacerebbe anche capire se possiamo considerarlo un precedente e inaugurare un nuovo filone della giustizia italiana, tipo: se io dico che tu mi devi dei soldi, tu me li devi dare subito e poi abbiamo sessanta giorni per discuterne.

Google+ o meno

Dave Winer:

The thing that makes Facebook great is that it incubated in the market with real users. It was made by real users. It was formed by actual use. One day at a time, one feature at a time, in public, every home run visible, and every mis-step.

Products like the one Google just announced are hatched at off-sites at resorts near Monterey or in the Sierra, and were designed to meet the needs of the corporation that created it. A huge scared angry corporation.

John Battelle:

(e Dave rincara la dose qui)