The sources will fill in

Quasi a conferma di quello che postavo ieri sugli scenari del dopo-giornalismo, arriva nientemeno che Dave Winer (segnalato da Luca De Biase) che dice tra l’altro:

I said that fifteen years ago I was unhappy with the way journalism was practiced in the tech industry, so I took matters into my own hands. And then dozens of people did, and then hundreds followed, and now we get much better information about tech. It will happen everywhere, in politics, education, the military, health, science, you name it. The sources will fill in where we used to need journalists.

Dave pensa e parla sempre nel modo più diretto possibile.

Dopo il giornalismo, che?

E quindi per un attimo diamo per scontato che i quotidiani scompaiono perché la pubblicità ha trovato canali più efficienti per colpire i suoi target (brrr…).

Questo scenario mette in pericolo la democrazia? Molti lo pensano. Stamattina ad esempio leggo da Tom Watson una cosa che sento ripetere da molti:

“the vast populace will never produce great journalism – or even sufficient journalism of the kind that has nurtured our republic – any more than it will perform surgery on a widespread amateur basis, or turn out competent oil paintings by the millions”

Ma la domanda che io mi pongo (e che ti pongo) è questa: esiste uno scenario in cui si potrebbe fare a meno del giornalismo? Per esempio, se tutti gli atti del tuo comune fossero su internet, se ogni consigliere avesse un suo blog su internet, se le sedute fossero diponibili live su internet, e se ogni cittadino potesse accedervi via internet, sentiresti ancora bisogno del reporter che segue i consigli comunali?

Se la tua risposta è anche solo “forse no”, capisci allora che la battaglia per la diffusione di internet e della banda larga, la sua difesa dal bavaglio che la politica cerca di metterle, sono battaglie di civiltà e di democrazia su cui ci si gioca il futuro.

Aggiornamento delle 19.30
Breaking news! Una serie di possibili risposte in questo post della sempre acuta Kathy Gill.

Nova riduce la pubblicità, e quindi il formato

Le motivazioni alla riduzione del formato dei giornali sono sempre le stesse: più portabile! più maneggevole! Siccome non mi hanno mai convinto, questa volta mi sono detto: “andiamo a misurare!”

Avevo in casa Nova del 24 novembre 2006, 20 pagine nel vecchio formato, e ho provato a paragonarlo con il Nova di oggi, 24 pagine nel nuovo formato tabloid.

Mi sono armato di metro da sarto, quindi per favore non pretendere precisione millimetrica; ma giusto per dare un’idea:

Superficie totale stampata, bordi esclusi
Vecchio: 37.440 cm quadri
Nuovo: 21.000 cm quadri (56% del vecchio)

Pubblicità
Vecchio: 10.525 cm quadri
Nuovo: 4.675 cm quadri (44% del vecchio)

Il dato significativo qui è la riduzione dei ricavi pubblicitari, e quindi a catena dei contenuti e di tutte le spese, penso io. O i minori spazi vengono venduti a prezzi doppi? Non credo.

La Provincia

Leggo da Giorgio, con dispiacere ma senza sorpresa, che anche il quotidiano locale La Provincia è in crisi.

Spero non sia niente di drammatico. Ma credevo in generale che i quotidiani locali fossero più resistenti, essendo tra i pochi che rispondono davvero al criterio “dimmi quello che mi serve sapere e che nessun altro mi dice“; d’altra parte La Provincia include una corposa sezione di notizie nazionali che a me sembra totalmente anacronistica, e che sospetto costi molto più di quanto renda.

Invece il sito web, che fino a pochi mesi fa era una inguardabile ciofeca, adesso ha i feed RSS, i commenti, le interviste video e pubblicità non troppo ossessiva, e mi sembra migliore di tanti siti blasonati che fanno audience a furia di boxini morbosi.

Si intravede una precisa tendenza per i siti di informazione: diventare piattaforma. La Provincia mi sembra sulla strada giusta, e spero che i problemi della carta non influiscano negativamente sul sito (anzi, al contrario).

No More Free Content?

Circola questa idea, e ne riportava anche Sofri stamattina, che se i giornali solo la finissero di regalare le notizie, e si facessero finalmente pagare anche dai lettori online (razza di sanguisughe mangiapane a tradimento, loro e anche Google che ci specula sopra!), il loro futuro non sarebbe così scuro, anzi.

La circostanziata risposta, e non sono buone notizie, viene da Kathy Gill, Senior Lecturer di Digital Media alla Università di Washington (via Jay Rosen). Il succo del discorso è che le notizie, tranne rarissimi casi, sono sempre state gratis; e inoltre:

“…a sound argument could be made that the newspaper existed as a vehicle for advertisers, not for news. And when you consider that lifestyle, automotive and food section content is directly or indirectly linked to advertisers, it’s pretty clear that the “news” exists as an enticement to get newspaper readers to see ads.”

Che è quello che diceva Cory Doctorow venerdì scorso, che i giornali chiudono perché la pubblicità ha trovato mezzi più economici ed efficaci per raggiungere il suo pubblico di riferimento.

(Aggiornamento: quanto più efficienti? sembrerebbe più del 75%, secondo i terrificanti numeri che cita oggi Jeff Jarvis)

Tu, giustamente, mi obietterai: “ma così si perde il giornalismo investigativo, linfa vitale della democrazia occidentale!”; io ti risponderò: “ma veramente, mi pare già morto da un pezzo”. Se non ci credi, prendi gli ultimi sette giorni del Corriere/Repubblica e conta i pezzi di giornalismo investigativo originale.