A proposito di iLiad

Zambardino ne parla come di un’innovazione ma non si sbilancia in un giudizio, Tombolini si chiede se adottarne o meno il formato, Mantellini lo sbeffeggia come “aria fritta”, e l’implacabile Jeff Jarvis lo affonda senza pietà come “due passi indietro”:

“The only reasons to do this are to feed editorial ego, to think you’re maintaining editorial control, to try to dupe advertisers into thinking this the same as putting an ad in print, and to grasp desperately onto a past that is disappearing”

Per la cronaca, ci sono ancora alcuni problemini con l’hardware e il software di questa macchinetta: ad esempio, è troppo lenta per riuscire a caricare una pagina web dal vivo (????).

E sempre per la cronaca, il New York Times spese una vagonata di soldi su una roba simile già nel 2002, e non mi pare di ricordarla come un grande successo.

Update:
Scopro adesso (con colpevole ritardo!) che Ludo aveva già sottolineato, più approfonditamente, i diversi problemi tecnici.

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Pubblicità a tavola

Massimo Moruzzi mi cita come esempio di talebano anti-pubblicitario, e ha ragione: lo sono.

Se è vero che i blog sono conversazioni, e conversazioni tra amici, allora la pubblicità è più che una intollerabile interruzione: è cafona.

Il rapporto di amicizia tra te che scrivi e io che leggo, con la pubblicità diventa un’altra cosa: una manipolazione per scopi commerciali. E a me non piace essere manipolato.

Ora, è anche vero che i blog sono anche altro. Un blog aziendale, un blog informativo, il blog di una persona famosa, possono scegliere di non essere conversazioni e tentare di riprodurre su internet i modelli della carta. Per me è un uso monco del mezzo, ma è un uso legittimo che trova il suo pubblico.

Vale il detto: su internet c’è posto per tutti. E poi c’è sempre Adblock