Le tabelle pivot di Excel

Con allarmante frequenza mi capita di entrare in una azienda, anche grossa, e scoprire che:

  1. I dati aziendali vengono raccolti e mantenuti in un database che gira su AS400 oppure Unix oppure altro mainframe, ma comunque non Windows. Si privilegia quindi l’affidabilità e la robustezza, e fin qui molto bene.
  2. Il database non Windows crea dei report periodici, non modificabili dall’utente, consultablili tramite una stampata oppure, nei casi più fortunati, visualizzabili a schermo e incollabili in Excel.
  3. In pochi, rarissimi casi, viene anche prodotto un file di testo delimitato o incolonnato che è possibile importare in Excel con la procedura guidata. Si tratta sempre e comunque di un riassunto, mai di un accesso ai dati originali.
  4. Il problema di fondo è che queste aggregazioni sono state progettate di solito anni addietro da chi gestiva i database, e non da chi gestisce il business oggi.
  5. Ma chi gestisce il database oggi si attacca al proprio potere e non molla il controllo.

Sarebbe così facile implementare i driver ODBC e lasciare che gli utenti si facciano le aggregazioni per loro significative. Che ci vuole a fare una tabella pivot? Niente, se si ha accesso al database.

Invece l’utente che ha bisogno di rispondere a semplici domande, tipo “Chi sono i miei migliori clienti e in che periodo comprano di più?” oppure “Quali miei prodotti contribuiscono di più alla redditività complessiva?”, sono costretti a complicate e lunghissime acrobazie di copia-incolla, quando non addirittura a ripassarsi con l’evidenziatore un pesante tabulato e a riscrivere i dati in un foglio di Excel: va a finire che quando le risposte arrivano, sono già vecchie e non servono più.

Tutto questo succede fondamentalmente perchè chi deve decidere le cose non le capisce, e chi le capisce non può deciderle. E’ su queste cose che le aziende affondano, oppure sopravvivono.

Vadim Repin al Conservatorio

Ieri sera a Milano c’era il bravo Vadim Repin (stupendo Stradivari “Ruby” del 1708) accompagnato al pianoforte da Alexander Melnikov. Il programma:

Giuseppe Tartini

Sonata in sol minore “Il trillo del diavolo”

Serghei Prokofieff

Prima Sonata in fa minore op. 80

Edvard Greig

Sonata in sol maggiore n. 2 op. 13

Ernest Chausson

Pome op. 25 per violino e pianoforte

Maurice Ravel

Tzigane per violino e pianoforte

Si tratta di un programma ben collaudato, che Repin porta in giro per il mondo da qualche mese; ed in effetti c’era perfetta intesa tra i due.

Di solito nei programmi il primo brano è “di riscaldamento”: non troppo difficile, non troppo lungo, buono per rompere il ghiaccio. Di solito il Trillo del Diavolo (difficile, brillante, ma anche intenso) te lo aspetti come gran finale. Repin invece ce l’ha proposto di aperitivo, come dire “guarda di cosa sono capace”.

Molto bello anche Prokofieff, molto cupo l’inizio con il famoso inizio in sordina e le velocissime scale a imitare “il soffio del vento su un cimitero”; e poi con l’andante “lirismo senza sole”.

Durante Prokofieff, per due volte ho visto il pianoforte ondeggiare di un dieci centimetri buoni sotto i colpi ribattuti di Melnikov, tant’è vero che all’intervallo un inserviente è venuto a serrare meglio il blocco delle ruote dello Steinway.

Sempre all’intervallo l’accordatore si è prodotto in una sostituzione al volo di una corda, raccogliendo alla fine calorosi applausi.

Grieg mi è sembrato abbastanza convenzionale, privo di sorprese, quasi noiosetto. Un poco meglio mi è parso Chausson, ma insomma non entusiasmante.

Infine la Tzigane che abbiamo appena ascoltato anche da Uto Ughi: Repin la esegue con forse minore veemenza, ma con maggiore attenzione e con una più ampia gamma di colori. Il brano inizia con una cadenza di violino solo che ziganeggia in lungo e in largo per poi lanciarsi con il pianoforte in un forsennato gioco di virtuosismi.

Grandi applausi finali da un pubblico poco numeroso. E’ stato un gran bel concerto.

Di nuovo!

Sono di nuovo a Varese con i ragazzi del corso “Tecnico di Reti”: credevano di essersi liberati di me… (anch’io).