A che servono i siti di Social Network, veramente

Grazie ad una gentile segnalazione di Lele Dainesi, arrivo al nuovo esclusivo sito di Social Network: ASmallNetwork.

Mi chiedo: a che serve? Mi rispondono loro stessi:

“As an exclusive network of like-minded individuals with an appreciation for quality in life, ASMALLWORLD offers a rare opportunity to reach and interact with a discriminating global community of opinion makers. We have detailed aggregate metrics about our community, and offer a variety of advertising and marketing opportunities, from sponsored banners and pages to fully integrated strategic partnerships [mio corsivo].”

Ah, ecco: un altro che vuole farci interagire con la gazzosa.

Aggiornamento:
E dice il Wall Street Journal che Social Sites Don’t Deliver Big Ad Gains.

Le voci non autorizzate

Nella mia esperienza personale esiste un prima e un dopo l’undici settembre 2001, quando ho scoperto i blog. Nelle ore frenetiche di quella mattina, mentre le televisioni continuavano a trasmettere in loop sempre lo stesso agghiacciante spezzone, mentre tutti i giornali in edicola diventavano di colpo obsoleti, mentre i grandi siti web di informazione erano collassati a causa dell’eccessivo traffico, alcuni blog da New York rimanevano leggibili e postavano in diretta quello che stava loro capitando. Era informazione, certo, ma era prima di tutto la voce di persone come me e come te, che raccontavano della loro vita come ad un amico. E a confronto con queste voci, come sembravano di colpo false tutte le altre!

Prova a ricordarti cosa leggevi prima del blog. Erano tutte voci autorizzate, approvate dal sistema, dietro le quali una miriade di interessi che non erano i tuoi cercavano di influenzarti, condizionarti, farti spendere. E non c’era scampo: anche le voci critiche, per diventare pubbliche e arrivare fino a te, dovevano sottomettersi, mediare, ammorbidire; pena la scomparsa.

Ma i blog non avevano chiesto il permesso a nessuno, non erano autorizzati. E quindi erano totalmente liberi di parlare. Ripeto, rispetto a prima, era una novità fenomenale, sconvolgente! E per di più volevano che io commentassi! Richiedevano la mia partecipazione attiva, cercavano il dialogo! E questo dialogo, altra grande novità, era tra pari.

Da allora la blogosfera si è evoluta, è cresciuta, per molti versi è cambiata, ma ha mantenuto questa fondamentale caratteristica, di pubblica conversazione non gerarchica e gratuita, che la rende totalmente diversa da ciò che c’era prima.

Prima di tutto, la giusta prospettiva

Se ci pensi, il fatto che solo il 19,4% della popolazione mondiale sia online e, ancora di più, che solo l’1,2% della popolazione mondiale utilizzi siti di Social Networking, deve far riflettere.

E’ facile farsi prendere dall’entusiasmo, è facile convincersi che “stiamo cambiando il mondo”, ma la realtà è che il mondo gira in modo totalmente diverso, e che noi cittadini digitali abitiamo quello che, agli occhi della stragrande maggioranza dell’umanità, viene percepito come un remoto paradiso artificiale, caratterizzato principalmente dalla sua mancanza di massa critica e dalla sua incapacità di incidere concretamente sulla vita reale.

Eppure.

Ti avevo già raccontato che nel giugno del 1747 Johann Sebastian Bach divenne il quattordicesimo membro della Società della Scienza Musicale, una

“società di corrispondenza che mirava a promuovere i contatti tra i suoi membri spedendo a ognuno di essi due volte l’anno, a Pasqua e a San Michele, una circolare musicale contentente notizie, saggi e lavori pratici e teorici composti o scelti dai suoi iscritti” [Christoph Wolff, J.S.Bach].

La Società contava tra i suoi membri G.P. Telemann, F. Haendel e alla fine anche Leopold Mozart.

L’esigenza di allargare i propri orizzonti oltre al mondo fisico non deve essere così nuova, se anche Bach aveva la sua mailing list! Direi anzi che si tratta di un bisogno primario, che noi cittadini digitali possiamo soddisfare con una pienezza mai sperimentata prima. Perchè alla fine il web a me sembra proprio questo: un acceleratore della velocità di circolazione delle idee.

Ma nel godere dei suoi molteplici benefici, voglio ricordarmi sempre di essere uno dei pochi privilegiati.

“They don’t own the information which makes their service valuable”

Un commento molto sensato al blocco dell’account Facebook di Scoble (stava cercando di esportare automaticamente i suoi contatti) viene da Ian Betteridge, e lo sottoscrivo per intero:

“This is the classic Web 2.0 conundrum: users give their information for free to a service, which then monetizes that information, keeping all of the money for itself.

In its benign form, this works because the service that the users get has more value than the information they give. However, the malignant form of this – and Facebook is not the only culprit – then attempts to lock users in to the service by making it impossible to take the information elsewhere.

The point is that services such as Facebook have to recognise that they don’t own the information which makes their service valuable.”

Sottolineo: Ricevono le informazioni gratis, le monetizzano, e si tengono tutti i soldi.

Per chiarire: nel preciso istante in cui Twitter dovesse introdurre la pubblicità, io lo mollo.