In difesa delle notizie a pagamento: il business model

Sono abbonato a una rivista di carta, e per riuscire a leggerla mi tocca ingaggiare furiose colluttazioni con mio figlio. La rivista ha un sito web, i cui contenuti completi, inclusa la versione audio degli articoli, gli archivi e i database, sono visibili solo agli abbonati. Il tutto mi costa 122 €/anno, e sono soldi che spendo assai volentieri.

Questa rivista non ha avuto nessun problema a passare dalla carta al digitale, e anzi nel’anno terribile 2009 ha fatto segnare un +17% di fatturato e +26% di profitti operativi.

Fare bene il proprio lavoro, ecco il business model che funziona.

Google e la Cina

Se tu avessi deciso, dopo attenta analisi, di cacciarti in una situazione difficile, sapendola difficile e accettando le difficoltà presenti in cambio di possibilità future, che cosa ti farebbe dire “adesso basta”?

Se tu ti accorgessi, ad esempio, che non puoi vincere? Che anzi la tua presenza aiuta l’avversario e peggiora la tua situazione?

Perché davvero in questa storia non tornano i conti. Se si tratta di un episodio, di una falla, chiudi la falla e vai avanti senza tante storie e soprattutto senza parlarne coi giornali.

Ma il governo cinese dispone non solo di schiere di crackers: soprattutto può contare sull’arma del ricatto (ricorda la Stasi, il KGB, eccetera) nei confronti di tutto il personale cinese di Google.

Allora, metti che Baidu, il motore di ricerca cinese, abbia accesso diretto e continuo alla tecnologia di Google tramite i suoi impiegati (il comunicato parlava di intellectual property). Ecco, in quel caso mi sembra che la mossa di Google acquisterebbe un senso.

Accetto scommesse.

Aggiornamento del 18/01/2010:
Niente scommesse. Arrivano le prime voci di conferma.

Lontano da internet e da tutto

Ho trascorso le ultime settimane lontanissimo da internet, in posti con connessione sparsa, complicata o addirittura assente. Gli abitanti locali, figurarsi, non hanno mai sentito parlare del web numerato, non conoscono nessuno dei socialcosi che mi sono tanto mancati e anzi, mi guardavano come un marziano quando ne parlavo.

Non c’è da meravigliarsi: se non fai il turista, se appena ti interessi un poco alla vita di questa gente, scopri che hanno problemi molto più seri di cui disperarsi: il lavoro che si è perso, il lavoro che si sta per perdere, lo stato che intralcia e non aiuta; il tutto senza nessuna prospettiva e anzi con la paura del futuro che incombe.

Insomma, la vita non è facile oggi, in Lombardia.

Pubblicità alla televisione svizzera

L’anno scorso in Svizzera la pubblicità televisiva è calata dell’1.4%, ma quest’anno il crollo è preannunciato da due pesanti indizi:

  1. Per la prima volta a memoria d’uomo (la mia), l’ora esatta prima del TG serale è rimasta senza sponsor.
  2. In questi giorni le pubblicità più frequenti sono quelle di un piastrellista, di un idraulico e di una ditta di pompe funebri.

Il giornalismo sul web non è sostenibile?

Ultimamente ho sviluppato una certa insofferenza alle affermazioni di principio non supportate dai numeri. L’analisi quantitativa è noiosa, ok, ma è importante! Se manca, si parla del nulla.

Domani pomeriggio al WordCamp Paolo Valenti mi ha invitato a partecipare a una tavola rotonda su “Media tradizionali, nuovi media, confronto tra blogger e giornalisti sul futuro dell’informazione e della disinformazione nell’epoca della web reputation”.

Allora, a proposito della sostenibilità del giornalismo sul web, che tutti dicono non esserci ma che alcuni siti di informazione hanno raggiunto, sono andato a cercare qualche numero in rete. Non ne ho trovati molti, e quelli che ho trovato, spulciando bilanci, sono dubbiosi. Li pubblico lo stesso perché danno almeno una grossolana indicazione degli ordini di grandezza in campo, e soprattutto perché spero che tu, che conosci i numeri giusti, sia tanto gentile da volermi correggere nei commenti.

La prima tabella paragona il numero di visitatori di un sito informativo con il numero totale di addetti della testata (soprattutto qui aspetto tue notizie!):

La tabella (la fonte è WolframAlpha) mi pare interessante perché il numero di visitatori sembra abbastanza direttamente proporzionale agli introiti pubblicitari, e quindi al numero e alla consistenza degli stipendi pagabili. E’ chiaro che i giornali italiani, con la loro attuale struttura organizzativa, non sono assolutamente in grado di sopravvivere in uno scenario solo web, mentre BoingBoing, con cinque persone da stipendiare, ci campa splendidamente. Per riferimento ho aggiunto anche i dati di google, il sito più visitato al mondo.

La seconda tabella riporta i dipendenti per categoria del sole24Ore. Mi sarebbe molto piaciuto avere gli stessi dati per le altre testate, ma non sono stato capace di trovarli in rete (suggerimenti?):

Salta all’occhio che il lavoro di un giornalista deve coprire, oltre al proprio stipendio, un quarto dello stipendio di un dirigente e gli stipendi di due impiegati e mezzo. Sembra quel famoso “otto con” composto da un vogatore e otto capivoga. Ma se anche la struttura effettiva fosse la metà, siamo ancora lontanissimi da un Huffington Post o da un Drudge Report, per dire.

In conclusione, e aspettando le tue correzioni, mi dichiaro totalmente ottimista riguardo al futuro dei giornalisti e del giornalismo in generale, e totalmente pessimista riguardo al futuro dei giornali.

Aggiornamento:
Un interessante dibattito in merito alla prima tabella si svolge su friendfeed