Bye bye Facebook

I motivi per cui la settimana scorsa ho chiuso il mio account in Facebook sono ben riassunti da questo post di Doc Searls: Facebook ha cominciato a vendere la sua community alla pubblicità. Il post è tutto da leggere, e contiene parecchi link interessanti. Quote of note:

“Planet Advertising desperately wants to believe we will all trust all our “friends” who start spamming us with Ads, but they misunderstand the entire dynamic of trusted networks. We trust friends precisely because they don’t do this sort of thing. Once they start, we stop trusting them – its dynamic, not static – you have to keep on co-operating with me to keep my trust, its not a given.”

Io non mi capacito come una verità così ovvia e lampante possa sfuggire ai vari progettisti del virale. E ancora:

“What we need is to equip demand with better ways of engaging supply. Not just better ways for supply to create and manipulate demand.”

Se davvero internet permette un rapporto diretto e disintermediato tra fornitore e cliente, questo rapporto dovrà prima o poi diventare a due vie, e il lato cliente verrà potenziato e abilitato fino al punto in cui (Orrore! Orrore!) la pubblicità come la intendiamo adesso non sarà più necessaria.

Se tu invece sei ancora dentro a Facebook, ecco le meraviglie che ti aspettano a breve:

“The Coca-Cola Company will feature its Sprite brand on a new Facebook Page and will invite users to add an application to their account called “Sprite Sips.” People will be able to create, configure and interact with an animated Sprite Sips character. For consumers in the United States, the experience can be enhanced by entering a PIN code found under the cap of every 20 oz. bottle of Sprite to unlock special features and accessories. The Sprite Sips character provides a means for interacting with friends on Facebook. In addition, Sprite will create a new Facebook Page for Sprite Sips and will run a series of Social Ads that leverage Facebook’s natural viral communications to spread the application across its user base.”

Ti ci vedo, a interagire con la gazzosa.

6 anni di blog

Ogni anno mi dico che bisogna passare a qualcosa di nuovo, ma poi il nuovo non mi soddisfa mai pienamente. E quindi continuo a bloggare con immutato entusiasmo.

D’altra parte il panorama è cambiato radicalmente, e tutto sommato per il meglio. Anche se si continua a guardare ai blogger come a una elite avanzata, non credo sia mai esistita al mondo una tecnologia che sia stata adottata con la stessa velocità. Quanti siamo oggi, due o trecento milioni? Solo Technorati ne indicizza più di cento milioni. Ma se torniamo indietro di dieci anni, il termine “weblog” non esisteva ancora: è stato coniato il 17 dicembre del 1997.

Perché dico “per il meglio”? Perché c’è più gente, e perché gli strumenti di filtraggio sono sempre più evoluti. Diventa quindi ogni giorno più facile trovare persone interessanti che bloggano.

Le varie derive negative, principalmente quelle pubblicitario-markettare e aziendali, non mi preoccupano affatto: non rubano spazio ad altri, dato che su internet c’è posto per tutti. Io le evito facilmente (e scrupolosamente), ma senza impedire ad altri di trovarle interessantissime.

Massimo Razzi a unAcademy

Ieri sera Massimo Razzi, vice direttore di Repubblica, ha parlato per più di un’ora davanti a una folta platea di buffi pupazzi e ha detto cose interessanti.

Gli è stato chiesto se il modello di business della pubblicità online è un modello sostenibile. Ha risposto che Repubblica online è in attivo e non vede problemi per il futuro. Risposta sorprendente, se paragonata invece con quanto ha appena postato Luca De Biase:

“Difficile però pensare, come avviene di questi tempi, che la pubblicità possa davvero pagare per tutto ciò che la rete porta a costare di meno o addirittura rende gratuito. Alla fine del boom della pubblicità online – chissà tra quanto tempo – si dovranno inventare modelli di business più sofisticati.

Penso anche a un’altra cosa: Repubblica impiega quattro-cinquecento persone sulla carta e venti-trenta sul web. Se davvero si realizza questa tanto auspicata integrazione tra carta e web, e se la carta scompare, una redazione di cinquecento persone è ancora sostenibile? Certo, parliamo di un futuro lontano, ma quanto lontano? Voci autorevoli dicono cinque anni.

Gli è stato chiesto perché Repubblica non mette i link esterni. Razzi ha riconosciuto l’errore e ha risposto che si stanno sforzando di correggerlo, e ha precisato che cercheranno di linkare ogni volta che utilizzano fonti “non professionali” (i blog?) e fotografie.

A questo proposito gli ho chiesto che ne pensava di quel che aveva detto recentemente Jeff Jarvis: che un giornalista online dovrebbe linkare a tutto il materiale già presente su internet invece di ricopiarlo o parafrasarlo senza link (e aggiungere solo i contributi originali, aggiungo io).

Razzi mi ha risposto fondamentalmente che Repubblica online è tagliata su un pubblico di un milione e duecentomila persone al giorno, che non è capace o non ha voglia di seguire un link e vuole la pappa pronta: insomma, la filosofia del portalone.

Io capisco che questo discorso possa funzionare sulla carta, ma sul web mi pare che i portaloni sono in via di estinzione, per tutta una serie di motivi tra cui le nicchie, la coda lunga, il web sociale, eccetera. Mi chiedo ad esempio, quanti internauti vanno su repubblica.it e se lo leggono tutto e non leggono altro, e quanti invece ci arrivano da una ricerca piena di possibilità alternative, e magari hanno già letto online le agenzie italiane ed estere.

Secondo Massimo Razzi i lettori “esperti” sono pochi. Sarà vero? E soprattutto: aumentano o diminuiscono? Quanti saranno tra dieci anni?

Infine, è stato sollevato il problema del contratto di lavoro tra giornalisti ed editori. Se non ho capito male, il contratto attuale, che non prevede la figura del giornalista web, è in fase di rinegoziazione. I giornalisti lamentano il tentativo di precarizzare il web e gli editori lamentano il tentativo di irrigidirlo. Ognuno tira dalla sua parte e la situazione rimane bloccata su posizioni obsolete.

Mi vengono in mente gli esempi inglesi, dove il Guardian assume un tag editor e il Times un search editor, dove i commenti dei lettori sono parte integrante delle notizie, e mi sembra che in Italia gli stanchi eserciti stiano combattendo battaglie di retroguardia mentre tutt’intorno la situazione si evolve rapidamente e inesorabilmente.

La conferenza è durata un’ora. E’ stata abbastanza interessante da far passare in secondo piano il fatto che si tenesse su Second Life. La tecnologia ha funzionato in modo accettabile, a parte un attimo di panico in cui Giuseppe è diventato afono e poi è sparito.

Le sfide del giornalismo nell’era dei network

Con una mossa che non ha precedenti nella storia di questo blog, parteciperò alla conferenza di stasera su Second Life: Le sfide del giornalismo nell’era dei network, con il vice direttore di Repubblica Massimo Razzi.

Per farlo, mi sono dovuto iscrivere a Second Life e dotare di apposito avatar. Ci avevo già provato una volta, tempo fa, ma ero stato brutalmente respinto da una richiesta di carta di credito.

Stavolta è andata meglio, la carta non me l’hanno chiesta, ma l’esperienza generale, assieme ai primi passi nel metaverso, è stata abbastanza scioccante. Qualcuno ha già detto che SL trasferisce nel mondo virtuale le limitazioni del mondo fisico, ma aggiunge qualcosa? Mah.

Comunque sono curioso, l’idea di partecipare a una conferenza sembra più interessante che non ciondolare inanemente su isole desertiche. Domani ti racconto.