A che servono i siti di Social Network, veramente

Grazie ad una gentile segnalazione di Lele Dainesi, arrivo al nuovo esclusivo sito di Social Network: ASmallNetwork.

Mi chiedo: a che serve? Mi rispondono loro stessi:

“As an exclusive network of like-minded individuals with an appreciation for quality in life, ASMALLWORLD offers a rare opportunity to reach and interact with a discriminating global community of opinion makers. We have detailed aggregate metrics about our community, and offer a variety of advertising and marketing opportunities, from sponsored banners and pages to fully integrated strategic partnerships [mio corsivo].”

Ah, ecco: un altro che vuole farci interagire con la gazzosa.

Aggiornamento:
E dice il Wall Street Journal che Social Sites Don’t Deliver Big Ad Gains.

R-E-S-P-E-C-T

A tutte queste aziende che si convertono con entusiasmo al duepuntozero e fanno le campagne virali e hanno il widget su facebook e il blog aziendale e i commenti e le pagine in Ajax e poi vanno ai convegni a proclamare quanto sono avanti, vorrei sommessamente dire che

NON FUNZIONA!

Non funziona perché poi nei fatti concreti continuate a dimostrare un profondo disprezzo, e in fondo una grande paura, nei confronti dei “vostri” utenti.

Secondo me fareste molto più bella figura rispondendo in giornata alle email, per dire.

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“They don’t own the information which makes their service valuable”

Un commento molto sensato al blocco dell’account Facebook di Scoble (stava cercando di esportare automaticamente i suoi contatti) viene da Ian Betteridge, e lo sottoscrivo per intero:

“This is the classic Web 2.0 conundrum: users give their information for free to a service, which then monetizes that information, keeping all of the money for itself.

In its benign form, this works because the service that the users get has more value than the information they give. However, the malignant form of this – and Facebook is not the only culprit – then attempts to lock users in to the service by making it impossible to take the information elsewhere.

The point is that services such as Facebook have to recognise that they don’t own the information which makes their service valuable.”

Sottolineo: Ricevono le informazioni gratis, le monetizzano, e si tengono tutti i soldi.

Per chiarire: nel preciso istante in cui Twitter dovesse introdurre la pubblicità, io lo mollo.

L’effetto “because”

La maggior parte delle professioni e mestieri interessanti richiede, come requisito irrinunciabile, la conoscenza di almeno una lingua straniera.

Chi conosce le lingue può anche scegliere di fare il mestiere di interprete-traduttore. Verrà pagato ogni volta che apre bocca o scrive in una lingua straniera. Ma se la conoscenza delle lingue straniere si diffonde in una popolazione, diminuisce proporzionalmente il guadagno e la richiesta di traduttori, fino al punto in cui trovano lavoro solo quelli che conoscono lingue strane o argomenti esoterici.

Questo è l’esempio che mi è venuto in mente cercando di spiegare the because effect a chi mi chiedeva come guadagnare con il blog. Dimostrare padronanza con questo nuovo strumento di relazione può aprire porte interessanti. Guadagnare con il blog invece è un lavoro da super-specialisti, oppure da schiavi (ho sentito parlare di tre euro a post, per dire).

Se il 2007 è stato l’anno della monetizzazione, il mio augurio per il 2008 è che sia l’anno dell’effetto because.

Aggiornamento:
Markingegno prende spunto, approfondisce e dissente nel post Nanopubblishing e schiavitù.